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Tradurre bene per tramandare (n. 14)

OBLATIO-HOSTIA-SACRIFICIUM
Come tradurre “hostiam puram, hostiam sanctam...” ?

Siccome nel Canone Romano la terminologia sacrificale – come si sa – è già fin troppo abbondante, converrebbe rispettarla e, in ogni caso, non maggiorarla ulteriormente con traduzioni fantasiose.

Se prescindiamo da espressioni piuttosto generiche (“hæc dona”, “hæc munera”, “munera pueri tui iusti Abel”, “de tuis donis”) o da locuzioni pronominali che in una traduzione richiedono di essere svolte (“supra quæ”, “hæc perferri”), la terminologia sacrificale fa capo ai seguenti tre gruppi semantici:

  1. offerre/oblatio (“quæ tibi offerimus”, “pro quibus tibi offerimus”, “qui tibi offerunt”, “hanc igitur oblationem”, “quam oblationem”, “offerimus præclaræ maiestati tuæ”, “quod tibi obtulit”)

  2. hostia (“hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam”, “immaculatam hostiam”)

  3. sacrificium (“sacrificia illibata”, “sacrificium laudis”, “sacrificium patriarchæ nostri Abrahæ”, “sanctum sacrificium”.

Converrebbe pertanto:

  1. tradurre sempre hostia con “vittima” (occhio al cursus dell’anamnesi!);

  2. rinunciare a rendere tradetur con la perifrasi parafrasata “che sarà offerto in sacrificio” (“che sarà offerto” è più che sufficiente!).