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Tradurre bene per tramandare (n. 22)

Come tradurre “QUOD TRADETUR” e “QUI EFFUNDETUR” ?

Bisogna riconoscere che il testo latino delle parole istituzionali, voluto dalla riforma liturgica per tutte le nuove preghiere eucaristiche, è perfetto. La considerazione che ci disponiamo a fare riguarda una coerente traduzione delle espressioni «quod pro vobis tradetur» e «qui pro vobis... effundetur», l’una felicemente ripristinata per la formula del pane e l’altra mantenuta per la formula del calice dal Messale di Paolo VI. Sulla base di una convergenza di argomentazioni storico-letterarie, linguistiche e teologiche, vedremo che è importante cogliere e rispettare a livello di traduzione la tonalità futura, giacché essa ci riporta al contesto preciso dell’istituzione «pridie quam pateretur».

I participi greci didomenon [dato], klomenon [spezzato], thruptomenon [fatto-in-pezzi], ekchunnomenon [versato], variamente attestati nelle recensioni scritturistiche, nonché nell’esuberante ricchezza delle formulazioni della lex orandi, sono da intendere con connotazione futura. L’affermazione non deve sorprendere, dal momento che qui il dato linguistico è subordinato alla teologia e come tale va inteso.

Infatti, sebbene i participi attributivi riferiti al corpo e al sangue siano resi in greco con forme morfologicamente presenti, essi comportano tuttavia la tonalità dell’oracolo profetico, e sono pertanto da leggere come proposizioni future. La tonalità futura si trova a volte esplicitata nelle antiche versioni latine, sia bibliche sia liturgiche, che attestano quod tradetur / qui effundetur. Tale fatto, sintomatico di un’intenzione teologica, ci autorizza ad affermare, sulla base delle considerazioni letterario-teologiche relative all’oracolo profetico, che la formulazione futura dev’essere ritenuta normativa rispetto all’altra (quod traditur / qui effunditur), parimenti attestata.

La comprensione delle parole istituzionali come l’oracolo di promessa con cui il Signore Gesù, la vigilia della sua passione, si diede profeticamente, sotto il segno del pane spezzato e del calice del sangue versato, alla comunità del cenacolo, e per mezzo di essa alla Chiesa di tutti i tempi, apporta chiarificazioni fondamentali per la teologia eucaristica. Essa pone in luce a un tempo la diversità e l’intimo nesso che corre tra l’ultima cena, la morte-risurrezione del Signore e le nostre messe. Questi tre momenti, pur essendo diversi in rapporto alle rispettive coordinate spazio-temporali, sono di fatto destinati a divenire nel rito un unico e medesimo momento, quello cioè della nostra ripresentazione sacramentale al sacrificio della croce, attraverso la formale ripresa, non solo dei segni appositamente dati nell’ultima cena, ma delle parole stesse con le quali essi ci furono dati.

Inoltre, tale comprensione ci obbliga a intendere le parole istituzionali nella loro interezza e nella loro finalità dinamico-sacramentale. Infatti la loro portata non si ferma alle espressioni «Questo è il mio corpo/sangue», per concludere, in chiave di teologia statica, unicamente alla presenza reale. Ne risulterebbe una visione monca e gravemente riduttiva del mistero stesso. La portata teologica delle parole istituzionali e la conseguente comprensione dinamico-sacramentale della presenza reale si riferiscono alle espressioni nella loro integralità, quale risulta dalla lettura comparata delle redazioni bibliche e dalle recensioni liturgiche soprattutto orientali, sempre preoccupate di integrare ed equilibrare la trasmissione delle parole del Signore.

Se dalle espressioni latine quod pro vobis tradetur / qui pro vobis effundetur passiamo a considerare le traduzioni, notiamo in particolare che il traduttore italiano, oltre a ignorare in entrambi i casi la connotazione futura a beneficio di una implicita connotazione presente («[che è] offerto / [che è] versato»), si è contentato per la formula del pane di parafrasare liberamente la proposizione che esprime la finalità. Infatti tra quod pro vobis tradetur e offerto in sacrificio per voi la distanza è così grande che solo le buone intenzioni dei traduttori di allora sono riuscite a colmarla. Nel tradurre le parole istituzionali sarebbe bene attenersi al tenore delle parole istituzionali stesse, rinunziando pertanto ad appesantirle con ulteriore ed esplicita terminologia sacrificale.

In rapporto alla duplice dichiarazione istituzionale sarebbe più semplice e, in ogni caso, più esatto dire: che sarà consegnato (oppure: che sta per essere consegnato) e che sarà versato (oppure: che sta per essere versato). La costruzione perifrastica futura ha il vantaggio di evidenziare meglio il riferimento delle parole istituzionali al futuro immediato della morte di Gesù in croce. In vista di una revisione, il traduttore italiano dovrebbe dunque preoccuparsi – come peraltro hanno fatto altri traduttori – di rispettare la connotazione futura contenuta tanto nell’espressione quod pro vobis tradetur quanto nell’espressione qui pro vobis effundetur del Messale Romano.

Un eloquente esempio di adeguamento della «traduzione» alla «tradizione» è stato offerto dalla Chiesa brasiliana. Infatti i vescovi del Brasile si sono fatti promotori presso la competente autorità romana di una coraggiosa revisione, conclusasi con l’approvazione in data 24 luglio 1990 – per tutte le Chiese di espressione portoghese – di una nuova traduzione della parole istituzionali anaforiche che rispetta pienamente la connotazione futura.